Un giardino è cominciato, l’altro non esiste più Virginia Mori

Un giardino è cominciato,
l’altro non esiste più

VIRGINIA MORI

a cura di Alex Urso

02.12.23 – 27.01.2024

Siete mai entrati in un sogno che non era il vostro? La domanda non vuole nascondere un rebus, ma è uno stimolo a immaginare le opere di Virginia Mori come delle porzioni oniriche nelle quali il pubblico è invitato a calarsi per qualche secondo. Classe 1981, l’artista è nota per le sue eleganti e grottesche illustrazioni in bianco e nero. Si tratta di disegni dalla linea gentile e minimale, che entrano in risonanza con il mondo emotivo di chi li osserva. “Mi interessa il tema dell’inconscio, come il nostro cervello lavora e perché produce certe immagini”, dichiara l’autrice, che negli anni ha collaborato con riviste e case editrici tra le più importanti su scala internazionale. Concepita come una “finestra” sulla produzione dell’artista, con opere che toccano alcuni dei temi e delle tecniche a lei più cari, la mostra Un giardino è cominciato, l’altro non esiste più presenta una selezione di stampe e disegni a biro – alcuni dei quali mai esposti prima.

Protagonisti dei singoli lavori sono creature umane e animali imprigionate in una dimensione noir e attraente. Di fronte a molte di queste scene percepiamo dubbio, forse malinconia, eppure non possiamo sottrarci dal guardarle ancora un po’ – come un lettore immerso in una storia macabra da cui però non vuole uscire, anche solo per il gusto di conoscerne il finale. Questa duplice natura che seduce e intimorisce, è il fil rouge che attraversa l’intera produzione dell’artista, rendendo ogni suo disegno il frammento di una fiaba.

In relazione a questa straniante convivenza di opposti, l’utilizzo di un medium “umile” come la penna a sfera diventa determinante. Potreste infatti immaginare uno strumento migliore per codificare le atmosfere surreali evocate dall’artista? “La penna è un mezzo che abbiamo tutti tra le mani da quando iniziamo la scuola”, racconta. “Il fatto è che poi ho continuato ad approfondirne le capacità, e quindi a capire che può essere molto versatile”. Da questo strumento leggerissimo e quotidiano prendono forma le allegorie silenziose dell’artista: scene ambigue e a tratti ironiche, popolate da conigli e gatti neri, bambini disobbedienti e figure femminili che sembrano uscite da un film di David Lynch. Massiccia e reiterata è inoltre la presenza di elementi riconducibili alla sfera dell’inconscio e della psicoanalisi: specchi rotti, labirinti, poltrone barocche e letti sui quali gli amanti giacciono come lottatori stremati dopo la battaglia.

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