a cura di Alex Urso
C’è un elemento che, nella vita terrena, ci accomuna e influenza ogni giorno le nostre scelte e relazioni: il denaro. Per alcuni origine di tutti i mali, per altri strumento di benessere e salvezza. Prima ancora di essere possesso o potere, però, il denaro è stato un linguaggio condiviso. Un patto silenzioso tra gli uomini. Nelle epoche più antiche non esistevano banconote né conti correnti: a prevalere era il baratto, lo scambio diretto di bisogni e necessità. A sostituire questa forma di permuta arrivò la moneta, piccola e pesante, fatta di metallo prezioso, simbolo concreto di fiducia e ricchezza. Secoli dopo la carta sostituì il metallo, fino al tempo che stiamo vivendo: anni nei quali anche il foglio di carta si volatilizza e diventa virtuale.
Oggi il denaro ha perso il suo corpo: è cifra digitale, impulso elettronico, presenza invisibile sugli schermi. Eppure, nonostante le sue trasformazioni, e i suoi cambiamenti di “peso”, esso continua a esercitare lo stesso potere su di noi: orienta desideri, crea divisioni, alimenta ambizioni e paure. Può essere strumento di libertà o catena invisibile. Il suo significato, infatti, non risiede nella materia di cui è fatto, ma nel rapporto che l’uomo sceglie di instaurare con esso.
La mostra di Piotr Hanzelewicz (realizzata in collaborazione con l’Istituto Polacco di Roma) parte da questi presupposti, indagando il denaro non come semplice strumento economico, ma come materia culturale, simbolica e organica, soggetta a trasformazioni, consumi, alterazioni e interpretazioni.




